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In viaggio con i Pirati

La caccia ai pirati si è ufficialmente riaperta. Le marine militari di una ventina di nazioni hanno inviato mezzi a difesa del traffico marittimo al largo delle coste della Somalia e nel golfo di Aden, passaggio obbligato per entrare in Mediterraneo attraverso Suez.
Non c'è troppo da stupirsi: la pirateria è un fenomeno sempre esistito, a qualsiasi latitudine, da quando in mare sono cominciati i commerci.
Le acque del Mediteranno erano infestate dai predoni greci e romani già prima di Cristo; i vichinghi, secoli dopo, spadroneggiavano lungo le coste del Nord Europa e lo stesso facevano le bande di cinesi che depredavano i mari del sudest asiatico.
Ma quando si parla di pirati vengono sempre in mente quelli dei Caraibi, sempre presenti nell'immaginario collettivo, grazie alla florida produzione di un certo genere letterario e cinematografico di evasione e di avventura.
Oltre il romanzo, si sa poco però dell'impianto storico della pirateria e di quanto quel fenomeno abbia avuto importanti risvolti economici e sociali.
Tutte cose che permetterebbero di inquadrare, forse in una prospettiva meno anacronistica, quanto sta accadendo oggi. E che, in definitiva, potrebbero avere non poche affinità con l'apparente revival piratesco dei giorni nostri.
L'idea poi di andare alla ricerca di storie di pirati in quei luoghi di mare che, come i Caraibi, ne erano il ritrovo ideale può rendere quest'esercizio davvero stimolante e divertente.

Il simbolo delle Cayman, dove i grandi nomi della filibusta erano di casa, è una tartarughina verde con un grande cappello, un orecchino e una gamba di legno.
Collocate in posizione strategica, le Cayman erano una delle tappe favorite dai pirati che qui si fermavano anche per riposarsi e fare rifornimento, soprattutto di carne fresca: le tartarughe, che nuotavano in abbondanza in questi mari, ne erano infatti un'ottima fonte.
Nacquero perciò le leggende di favolosi tesori sepolti nelle isole o rimasti nascosti in mare nei tanti relitti incastrati fra le scogliere; se poi qualche isolano li abbia mai trovati, non è andato a raccontarlo troppo in giro.
Certo è che di tesori nascosti alle Cayman ce ne sono parecchi. Solo che oggi, i vari Morgan e Barbanera hanno ceduto il posto ad altri habitué del luogo che, a differenza dei pirati, sono businessman incensurati ma altrettanto attenti alle ricchezze da nascondere i propri patrimoni in uno dei più ricercati paradisi fiscali al mondo.
A tener vivo il ricordo di covo dei pirati, e per non mancare un'occasione di ritrovo per isolani e turisti, si organizza in queste isole il Pirates' Week Festival.
Durante la settimana di festeggiamenti, che si tiene ormai da 23 anni ogni mese di ottobre, tutti a Georgetown si travestono da pirata e s'impegnano con dedizione in varie rappresentazioni marinare e piratesche, come quella di assaltare la città a bordo di un galeone; ma riescono bene soprattutto in attività più ludiche, quali balli e grandi mangiate e bevute.

Un altro covo di pirati tra il seicento e il settecento erano le Bahamas: rifugio ideale, in quanto ricche di isole e isolotti arenosi ma, soprattutto, in ottima posizione per intercettare i galeoni spagnoli che attraversavano il Bahamas Channel lungo le rotte dei venti favorevoli dal Nuovo Mondo verso la Spagna.
I resti della Blackbeard's Tower, da cui Edward Teach, noto come Barbanera, era solito avvistare le navi da depredare sono ancora sull'isola di New Providence.
Dalle Bahamas i pirati furono poi cacciati dagli stessi inglesi che, per oltre un secolo, li avevano ingaggiati per ostacolare il predominio della Spagna: non servivano più, perciò "expulsis pirates, restituita commercia". L'opera di pulizia delle Bahamas si deve a tale Woodes Rogers, egli stesso con un passato da corsaro.

D'altra parte è con il beneplacito del governo inglese che il famigerato Henry Morgan era stato per parecchi anni vice governatore della Giamaica. E Port Royal, nella baia antistante Kingston, era il suo regno: pare ci fossero più di quaranta taverne, oltre a numerose case chiuse e case da gioco.
Grazie ai commerci e alla corruzione, la cittadina divenne talmente florida da essere definita dalla Chiesa cattolica "la più malvagia della cristianità"; un anatema che secondo alcuni funzionò, visto che pochi anni dopo venne completamente rasa al suolo da terremoti e maremoti.
Oggi Port Royal è un piccolo villaggio suggestivo, sede della guardia costiera giamaicana, e i pochi oggetti recuperati dalla città sommersa si trovano nel suo piacevolissimo Museo Marittimo.

Nel seicento, all'epoca di Morgan e Drake, la distinzione tra pirata e corsaro era davvero poco chiara. Capitani di imbarcazioni private, i corsari erano coloro che, al soldo della potenza europea di turno, ricevevano il permesso di poter attaccare le navi nemiche.
Le prime "patenti di corsa" furono rilasciate dalla Corona Britannica e consistevano in una sorta di liberatoria alla rapina in mare, in cambio di una percentuale su quanto depredato; una royalty si direbbe oggi.
Ben presto ai committenti inglesi si aggiunsero altri europei, come francesi e olandesi, tutti fermamente intenzionati a sottrarre, con mezzi anche non convenzionali, le ricchezze del Nuovo Mondo agli Spagnoli che, essendo arrivati lì per primi, non volevano in alcun modo dividerle con gli altri.
All'ombra dei conflitti consumati dagli europei nelle americhe, cominciò a militare nelle fila della pirateria, autorizzata o meno, un mondo assai variegato.
Marinai e pirati, o comunque esperti navigatori, che dedicavano la loro attenzione ai mari del nord Europa e nord America, si spostarono al caldo dei Caraibi, dove l'andirivieni di galeoni spagnoli rappresentava il business più attraente del momento.
E lo stesso fecero coloro che avevano imparato a navigare sulle navi ufficiali e che, pensando di sfuggire alle regole inique della marina mercantile, vedevano realizzarsi nella pirateria il sogno di una vita scialacquona, breve ma felice.
Attratti dall'utopia di facili ricchezze andarono ad ingrossare gli eserciti della pirateria anche tutti quei vagabondi e diseredati che venivano allontanati dall'Europa, perché scomodi o pericolosi. Gli stessi uomini che erano stati deportati nelle americhe come coloni, in quanto privi di qualsiasi specializzazione lavorativa in patria o perché schiavi africani, si diedero alla macchia alla prima occasione, preferendo di gran lunga la pirateria alla vita di miseria, punizioni e crudeltà cui erano sottoposti.
Alcuni di questi servi a contratto, insieme a condannati, prostitute e fuggiaschi vari, si radunarono nella regione nord occidentale dell'isola Hispaniola (l'attuale Haiti) dedicandosi alla caccia e al contrabbando. Erano soliti arrostire la carne su una sorta di griglia, detta boucan, da cui il nome francese boucanier.
Grazie all'amicizia con la residua comunità locale indigena degli arawak, con cui avevano in comune l'odio contro gli spagnoli avendone subito entrambi la ferocia, crearono una banda che unì le proprie capacità di abili tiratori con quelle dei filibustieri, navigatori esperti che già pirateggiavano nei Caraibi.
I Fratelli della Costa, come si faceva chiamare questa confraternita che aveva il suo quartier generale alla Tortuga, giurarono vendetta agli spagnoli e pare che non andassero troppo per il sottile nel saccheggiare tanto i galeoni quanto le città della costa.
Rivendicazione sociale, lotta per la sopravvivenza o soltanto banditismo e violenza? Comunque, era un'umanità apolide e multirazziale quella in cui viveva il pirata che, a chiunque chiedesse la sua provenienza, rispondeva semplicemente che veniva dal mare.
Qualcuno sostiene che il codice di comportamento a bordo delle navi pirata garantisse, almeno in parte, democrazia e giustizia sociale; sembra che lo stesso capitano, in mancanza di accordo, potesse essere contestato e che ognuno avesse diritto al voto, oltre alla razione di provviste fresche e, naturalmente, di rum.
I marinai godevano poi dell'assistenza di un medico chirurgo, che interveniva prontamente per amputare, e poi sostituire, arti o loro pezzi; ovviamente, le infezioni provocate da questi improvvisati interventi chirurgici portavano spesso conseguenze fatali.
Il ricavato del bottino veniva spartito e a coloro che erano rimasti feriti o che si erano dimostrati più valorosi spettava un cospicuo riconoscimento. Le punizioni per chi non seguiva le regole erano altrettanto ferree e chi si salvava dai pericoli del mare e dai sanguinosi combattimenti, finiva sulla forca o moriva chiuso dentro malsane prigioni.

Il caos provocato nel mar delle Antille dalle armate di pirati e corsari sfuggì presto al controllo delle grandi potenze marittime, che lo avevano inizialmente favorito.
In primo luogo, perché non tutti i corsari si limitavano ad attaccare i mercantili di un certo paese. Ma soprattutto perché la Spagna spostò le sue attenzioni dalle isole al continente, dove c'erano maggiori e più durature occasioni di ricchezza e sfruttamento.
Quando poi il monopolio spagnolo fu definitivamente spezzato, l'epoca delle patenti di corsa era finita: le nazioni europee si erano già spartite il territorio e l'aiuto dei pirati non serviva più a nessuno.
La caccia ai predoni del mare ebbe ufficialmente inizio con l'abolizione della pirateria, promulgata nel 1715 dal re d'Inghilterra. Ma ci volle un bel po' per sradicarne la pratica. Il fenomeno subì un definitivo declino agli inizi del 900, quando i traffici via mare diminuirono e le navi, meglio difese e più potenti, diventarono una preda meno redditizia.

Nella memoria di tutti rimangono i nomi famosi, o famigerati, dei tanti personaggi indissolubilmente legati all'epoca della pirateria. Come, ad esempio, Sir Francis Drake che, più che corsaro, fu un grande navigatore, il primo inglese ad aver circumnavigato il globo. Prima di lui ci era riuscito solo Magellano.
Per compiere con successo le loro azioni di pirateria, questi uomini dovevano prima di tutto amare e conoscere il mare, di cui a quel tempo si sapeva ben poco. Ma la storia della loro vita e il contributo che tanto spesso hanno dato all'evoluzione della navigazione viene dimenticato.
Peccato che, al di là di tante leggende, le testimonianze storiche più interessanti siano poche.
Una di queste è senz'altro il giornale di bordo del chirurgo francese Exquemelin che analizza la vita dei pirati in una cronaca libera da ideologie e romanticismi.
Ed è anche un peccato parlare di pirateria prestando scarsa attenzione al contesto in cui questo fenomeno si inserisce e si sviluppa; come quelli di ieri, anche i pirati dei giorni nostri operano in aree cosiddette calde del pianeta, come la Somalia o l'Indonesia, dove molti feroci conflitti rimangono tuttora aperti.
[Maggio 2009]

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