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Storie dai Tropici

Epidemia di rabbia a Bali

(Bali, Indonesia - 15/10/2010)

Avanza l'epidemia di rabbia nell'isola di Bali. I morti ufficiali sarebbero 100, ma si teme che le autorità stiano minimizzando il problema, per timore di allarmare i turisti.
Diversi paesi hanno emanato avvisi ai viaggiatori, raccomandando di tenersi lontani dai cani randagi che si aggirano liberi per le strade, nei mercati e sulle famose spiagge bianche dell'isola. Qualche turista è stato morso, ma finora le morti si registrano solo tra i residenti.

Bali, un'isola di 3 milioni di persone e una delle destinazioni turistiche più importanti in Asia, è alle prese con l'epidemia di rabbia ormai da due anni.
I funzionari locali hanno risposto uccidendo 200.000 cani randagi, quasi un terzo di quelli presenti sull'isola, una mossa duramente criticata all'estero; ma il problema è che a Bali la gente comune non può permettersi un vaccino, perché troppo costoso. Nelle ultime settimane, tuttavia, grazie all'aiuto di fondi internazionali, è stata avviata una campagna di vaccinazione degli animali, nel tentativo di fermare l'epidemia.

Il virus della rabbia uccide ogni anno 70.000 persone. Il 95% dei decessi si verifica nelle zone tropicali e subtropicali di Asia, Africa e America latina. I sintomi iniziali assomigliano a quelli di una comune influenza, febbre, dolori, cefalea, e perciò sono spesso trascurati. Se non trattata, la malattia porta convulsioni, poi paralisi, coma e morte. Ma l'infezione è curabile se si riesce ad intervenire subito dopo il morso dell'animale infetto.

Chi si reca in un paese dove è in corso un epidemia di rabbia può vaccinarsi, tre settimane prima della partenza; ma anche chi avesse adottato questa misura avrà comunque bisogno di cure immediate, nel caso dovesse riportare morsi o graffi da parte di un animale potenzialmente infetto.

La rabbia può essere contratta attraverso il contatto con la saliva di un mammifero rabido: cani randagi, pipistrelli ma anche altre creature, spesso deliziose, come scimmie o coati, che i turisti sono soliti avvicinare per scattare fotografie o dar loro da mangiare. E i paesi poveri non sono gli unici luoghi a rischio: all'inizio di quest'anno c'è stato un focolaio tra i procioni del Central Park di New York. E nei primi tre mesi del 2010 sono stati segnalati un centinaio di casi anche in Italia.

Altri dettagli su: The Straits Times


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