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Storie dai Tropici

Marea nera: autopsia di un disastro

(Gainesville, Florida - 16/7/2010)

Per la prima volta dopo 86 giorni, la BP annuncia che il flusso di petrolio nel Golfo del Messico è stato fermato. Ma per sapere se il nuovo tappo installato alla bocca del pozzo potrà sostenere la pressione del petrolio, bisogna aspettare l'esito delle verifiche effettuate nelle prossime 48 ore.
Se l'intervento dovesse funzionare sarebbe in ogni caso una vittoria di Pirro. Il colosso petrolifero è stato condannato a pagare per reati civili e penali, in base all'ammontare dei danni accertati. E qui si apre un altro scenario.

Le immagini di uccelli coperti di greggio, delfini morti, carcasse di tartarughe hanno fatto il giro del mondo ma la reale entità del danno ambientale è incalcolabile: gli stessi biologi marini ammettono di saperne ben poco degli effetti del petrolio sugli organismi che vivono in acque profonde. L'impatto di eventi come questo, secondo gli scienziati, si può valutare solo dopo diverse fasi, e il numero di animali morti durante la prima ondata non rappresenta che una minima percentuale.
Su quali parametri sarà quantificato il disastro causato all'ecosistema? Quanto petrolio è stato effettivamente sversato, quanto ne è sepolto in habitat umidi fragili, e quanti anni ci vorranno per tornare alla normalità?

Per ottenere un risarcimento adeguato dalla BP, bisogna fornire le prove. E i veterinari incaricati di effettuare le autopsie degli animali morti faticano a trovarle.
Secondo quanto riportato dal New York Times la maggior parte della carcasse recuperate non mostrano effetti riconducibili all'esposizione al petrolio. Su 436 tartarughe analizzate, poco più di una decina rivelano chiari segni di contaminazione nei tessuti. Se gli animali non sono morti a causa del petrolio, che cosa li ha uccisi? Le domande sono più numerose delle risposte.

I sospetti cadono sui solventi chimici, utilizzati in quantità smisurata nel Golfo, che possono provocare emorragie e avere effetti tossici quanto o più del petrolio stesso. L'ipotesi è confermata da alcuni delfini recuperati sanguinanti dalla bocca e dallo sfiatatoio, ma test più accurati e su più larga scala devono essere ancora condotti.
Si parla anche di un effetto narcotico, in seguito all'esposizione al petrolio; gli animali, disorientati, sarebbero poi rimasti uccisi per varie cause. Altri invece sarebbero morti per mancanza di cibo.

Quanto alla tartarughe, ci sono altri indiziati. Già dall'inizio di maggio gli esperti del NOOA, dopo aver analizzato le carcasse di tartarughe morte per annegamento, avevano pensato ad un coinvolgimento dei pescatori di gamberetti.
Normalmente le tartarughe non si nutrono di gamberi, non sono in grado di cacciarli; ma dai risultati dell'autopsia è emerso che molti animali avevano lo stomaco pieno di gamberi. I pescatori sono obbligati per legge ad usare reti provviste di una scappatoia per consentire una via di fuga alle tartarughe, che inevitabilmente rimangono intrappolate durante le operazioni di pesca.
Gli ambientalisti e non solo loro sono convinti che i pescatori abbiano allegramente utilizzato reti illegali, approfittando della mancanza di controlli da parte della guardia costiera, impegnata nelle operazioni di contenimento nel golfo.

Su una cosa non c'è dubbio; a scatenare questa serie di eventi c'è la perdita di petrolio dal pozzo della Deepwater Horizon; saranno attribuiti a BP anche i danni indiretti? Altrimenti, chi pagherà per gli effetti collaterali?

Altri dettagli su: New York Times

Dossier Tropici: Petrolio offshore, un business rischioso


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