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Storie dai Tropici

L'isola delle vedove

(Managua, Nicaragua - 21/12/2011)

E' come se una misteriosa epidemia si diffondesse lungo quella fascia di rigoglioso territorio centroamericano bagnato dal Pacifico. In sei diversi paesi, dal Guatemala al Costa Rica, cresce il numero di decessi e non è un virus tropicale o una tossina sconosciuta a causare migliaia di morti, ma una singolare forma di un male ben noto alla medicina, che si può curare con opportuni trattamenti: l'insufficienza renale.

Nei paesi industrializzati l'insufficienza renale cronica colpisce in genere gli anziani, gli ipertesi, i diabetici, senza alcuna distinzione di sesso; in America centrale, invece, sta decimando i maschi giovani, tra 20 e 40 anni, sani e in piena attività lavorativa.
Nel piccolo stato de El Salvador questa patologia è diventata la seconda causa di morte tra gli uomini, in Nicaragua uccide più del diabete e dell'HIV messi assieme. Nella provincia di Guanacaste, in Costa Rica, hanno dovuto avviare un programma di dialisi domiciliare perché erano a corto di posti letto in ospedale.
Non c'è ancora sufficiente chiarezza sulle cause del fenomeno ma una cosa è certa: la malattia colpisce e uccide in breve tempo i lavoratori delle piantagioni di canna da zucchero.

In Nicaragua i primi casi sospetti di insufficienza renale risalgono agli anni 90; da allora il numero dei decessi è cresciuto di cinque volte. Nella comunità rurale di Chichigalpa quasi non s'incontrano più uomini, solo donne e bambini: il 65% dei maschi o è già morto oppure ha i reni gravemente danneggiati. Quel luogo, che si chiamava La Isla, oggi è conosciuto come La Isla las Viudas, l'isola delle vedove.

In queste terre, dove il sole picchia forte per gran parte dell'anno, l'unico lavoro disponibile lo trovi nelle piantagioni di canna da zucchero e, in particolare, in quelle di proprietà del gruppo Pellas, una delle maggiori industrie agroalimentari dell'America centrale, nelle mani di una potente famiglia di origine italiana.
Diverse Ong hanno denunciato negli anni il gruppo Pellas per aver esposto gli operai a pesticidi e ad altri veleni chimici, peraltro rilevati in grandi quantità nelle falde acquifere, ma i responsabili dell'azienda hanno sempre negato qualsiasi responsabilità, senza tuttavia mai acconsentire a che si potessero effettuare analisi indipendenti.

Finalmente un gruppo di ricercatori dell'università di Boston ha cominciato a studiare il caso. E dai primi risultati pare che, oltre all'uso indiscriminato di pesticidi, ci siano altri fattori che concorrono a sfinire fino alla morte i lavoratori delle piantagioni di zucchero. Tra questi, lo stress da calore.
Gli operai delle piantagioni spesso e volentieri non vengono pagati ad ore ma in base a quanto producono: più canna raccogli, più soldi guadagni. E siccome per ogni fascio di canna ti danno pochi spiccioli, gli uomini più forti lavorano fino al collasso. Giorno dopo giorno.

A quelle temperature soffocanti per svolgere un lavoro tanto duro come quello di tagliare la canna, togliere le foglie e legarla in fasci, sarebbero necessari, secondo regola, 15 minuti di riposo ogni 45 minuti di lavoro. E sarebbe necessario anche un adeguato protocollo di reidratazione.
Ma è un muro di gomma, l'azienda sostiene di rispettare i più severi standard sulla sicurezza dei lavoratori. E di fatto obbliga gli operai a sottoporsi a periodiche analisi cliniche: chi ha un alto livello di creatinina nel sangue è licenziato. Ma a quel punto è già troppo tardi. Perché chi perde il lavoro perde anche l'assistenza sanitaria e la possibilità di curarsi.

La Isla Foundation, un'associazione non profit che dà supporto ai lavoratori delle piantagioni ma che lavora anche con istituzioni scientifiche per studiare le cause della malattia e fornire adeguati trattamenti terapeutici ai malati, denuncia la mancanza di interesse da parte delle istituzioni sanitarie mondiali. Hanno ragione, nessuno ne vuole parlare.

In un vertice delle Nazioni Unite tenutosi a Città del Messico in febbraio, il ministro della salute de El Salvador ha chiesto di inserire la malattia, che gli studiosi propongono di chiamare "nefropatia mesoamericana" o "nefropatia da canna da zucchero", nell'elenco delle malattie croniche gravi del continente.
Poteva essere un primo passo per richiamare l'attenzione sul problema, ma ha trovato la ferrea opposizione da parte della delegazione statunitense.

Le imprese nordamericane svolgono un ruolo fondamentale nel settore dell'industria saccarifera; nel 2011 gli USA hanno importato, solo da questa regione, oltre trecentomila tonnellate di zucchero grezzo. La necessità di spingere sempre oltre la produzione non nasce tanto dal consumo di zucchero da tavola, Washington punta ai biocarburanti e da anni ha messo gli occhi sulle piantagioni dell'America centrale per la produzione di etanolo.

Nel frattempo la Banca Mondiale ha finanziato con oltre 100 milioni di dollari proprio le industrie saccarifere nicaraguensi in cui si registra il più alto tasso di malattie renali. Dopo le proteste, la Banca ha accordato 1 milione di dollari per sponsorizzare lo studio dell'università di Boston attualmente in corso. Ma la strada per il riconoscimento internazionale di questa malattia, comunque la si voglia chiamare, è ancora tutta in salita.

Altri dettagli su: La Isla Foundation

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