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Haiti. Cronologia di un inferno

Il 12 gennaio una prima, violentissima scossa semina terrore e distruzione a Port-au-Prince.
Le linee elettriche e i collegamenti telefonici s'interrompono e l'unico mezzo di comunicazione che sembra resistere è internet; i primi video amatoriali rimbalzano tra i nodi della rete e le immagini del terremoto, che ha appena devastato Haiti, fanno il giro del mondo.
La seconda scossa colpisce la capitale mentre un giornalista è in diretta: l'uomo parla a fatica "siamo deboli, non abbiamo mezzi per reagire, non abbiamo acqua, cibo, elettricità e non possiamo evacuare tutta l'isola".
La sua voce trema e non riesce più a proseguire, si ferma e piange.
Sono queste poche parole e un volto, nero come quello della sua terra, che più delle immagini dei morti e delle macerie riescono ad esprimere e sintetizzare un dramma, o meglio, il condensato di drammi e il vissuto di questo paese, il più povero delle Americhe e uno dei più miseri al mondo. Da quando e perché?

Nel '700 Haiti era la più ricca e prospera colonia delle Antille, una terra che produceva più zucchero di qualsiasi altro possedimento europeo oltremare.
Allora si chiamava Saint Domingue ed era in mano ai francesi, che l'avevano sottratta agli spagnoli, i quali si erano tenuti per sé la parte orientale dell'isola di Hispaniola, l'isola dove Colombo fondò il primo insediamento del Nuovo Mondo. E' da allora che Hispaniola, la seconda isola per grandezza dei Caraibi, è divisa in due da una frontiera: da una parte l'attuale Repubblica Dominicana, a dominazione spagnola, dall'altra Haiti, governata dai francesi.
Pur passando più volte di mano in mano durante l'epoca dei colonizzatori, e tranne brevissimi ed effimeri periodi di riunificazione, quel confine separa da tre secoli due mondi e due culture profondamente diverse.
Haiti seguì un destino diverso dalle altre isole e possedimenti europei: fu la prima a diventare una repubblica indipendente, oltretutto nera. Era il 1804 quando fu proclamata l'indipendenza, dopo che una sanguinosa rivolta di schiavi, diventati ormai più numerosi dei colonizzatori bianchi, riuscì a scacciare i francesi dall'isola.
Tuttavia, chi seppe guidare gli schiavi verso l'emancipazione non fu altrettanto in grado di creare uno stato moderno e formare una nazione.
La produzione zuccheriera fu sospesa e Haiti, malvista ed economicamente isolata da Stati Uniti ed Europa, cominciò ad impoverirsi.
Durante l'ottocento brevi periodi di pace e di relativa prosperità si alternarono a lunghe ed accanite lotte per il dominio dei centri di potere, tra la classe dirigente mulatta e la comunità nera, a maggioranza contadina.
Ma è negli ultimi cent'anni che si sviluppa la storia più drammatica e tormentata della gente di Haiti.

Agli inizi del XX secolo i Caraibi rappresentavano un'importante risorsa strategica ed economica per gli Stati Uniti. Nel 1915, durante una delle innumerevoli rivolte interne, le forze militari statunitensi invadono Haiti con il pretesto di portare stabilità nel paese.
Durante il periodo d'occupazione, che dura fino al 1935, cresce e si sviluppa una nuova e potente élite, quella dei militari.
Non è un caso se alla presenza statunitense in America Centrale sono spesso seguite feroci dittature; una volta che lo zio Sam abbandona il paese, il vuoto di potere viene colmato da personaggi che emergono dagli stessi ranghi militari o dalla classe dirigente che sa mantenere stretti rapporti clientelari con l'ex occupante.
E' accaduto in Nicaragua, con Anastasio Somoza, nella Repubblica Dominicana, con Rafael Trujillo, e a Cuba, dove però Fulgencio Batista non è rimasto a lungo; laggiù, com'è noto, ci hanno pensato i castristi.
Che cosa avevano in comune queste dittature? In primis, l'anticomunismo che ne faceva ottimi alleati degli USA durante la guerra fredda.

Ad Haiti prende il potere un uomo nato dalle cellule di ribellione che si erano formate durante l'invasione statunitense, un gruppo di intellettuali e nazionalisti che rivendicavano le proprie origini nere.
Gran parte degli uomini di questa corrente confluisce nel movimento della negritudine, ma una scheggia impazzita stravolge completamente le motivazioni della lotta e, dopo aver tradito i suoi capi all'interno del movimento, s'inventa di sana pianta una nuova parossistica ideologia, una sorta di fascismo nero ispirato al razzismo hitleriano, solo che la razza eletta è di colore diverso.
Il suo nome è tristemente famoso: Francois Duvalier, detto Papa Doc.

Duvalier è un medico che si diletta di etnologia; conosce a fondo il sincretismo religioso haitiano e sa anche che per guidare le masse, soprattutto quelle più povere e ignoranti, basta terrorizzarle con le peggiori violenze o con versioni volgarizzate prese a prestito dalle antiche credenze vudù.
Al tempo stesso, è perfettamente consapevole che nella focosa Haiti gli oppositori non ci pensano due volte prima di farti secco; era già accaduto a molti altri prima di lui e Duvalier aveva imparato la lezione.
Appena eletto presidente, nel 1956, istituisce una micidiale macchina del terrore: un corpo armato di "volontari per la sicurezza nazionale" a cui gli haitiani affibbiano subito il nome di Tonton Macoute, cioè uomo nero, quello che porta via di notte i bambini cattivi.
Oltre 40.000 criminali, che riconoscevano come unica guida lo stesso Duvalier, entrano nella fila di questa squadra di dissuasione, che garantisce loro potere assoluto e altrettanta assoluta impunità. Un tonton macoute poteva accusare chiunque di essere comunista oppure oppositore del governo, o di avere qualche debito da saldare o di essere loupe-garoup (uomo lupo); se si era presi di mira, finiva sempre nello stesso modo, bruciati vivi per strada oppure uccisi a rivoltellate, senza che nessuno muovesse un dito.
I tonton macoute s'infiltrano nella sfera amministrativa e in quella religiosa - si dice che molti houngan, i sacerdoti e stregoni vudù, ne facessero parte- e in tutte le strutture dello stato.
Ammesso che di stato si possa parlare; perché come scrive M. R. Trouillot, l'Haiti dei Duvalier era un luogo dove stato e nazione erano molto lontani l'uno dall'altra.
Tonton Macoute a parte, Duvalier riesce a creare un sistema rapace, estremamente efficiente, che consente ad un gruppo ristretto di famiglie di arricchirsi smoderatamente, a spese della stragrande maggioranza della popolazione haitiana, costretta all'estrema miseria.

Papa Doc riesce a restare al potere fino al momento in cui, poco prima di morire di morte naturale, nomina suo figlio come successore.
Il diciannovenne Jean Claude Duvalier, soprannominato Baby Doc e unanimemente giudicato imbecille, subentra al padre nel 1971. Durante i suoi 15 anni di governo, gli haitiani assistono alle stesse brutalità, appropriazioni indebite di ricchezze e corruzione che avevano conosciuto durante il periodo di Papa Doc.
Di riforme e sviluppo del paese, nemmeno a parlarne.
Nel 1986 il malcontento popolare e pericolosi disordini politici inducono Baby Doc a lasciare definitivamente il paese; sale a bordo di un aereo, con la moglie e un gruppetto di fedelissimi, e va in Francia, dove in pochi anni riesce a dilapidare l'intero patrimonio che aveva rubato al proprio paese.

Finita l'epoca dei Duvalier, Haiti si ritrova con il reddito pro capite più basso d'America, un numero imprecisato di cadaveri, i tre quarti della popolazione analfabeta e la quasi totalità degli abitanti senza accesso ai servizi sanitari.
In questo triste scenario sembra accendersi una luce di speranza nella figura carismatica e populista di un ex prete, J. Bertrand Aristide. La gente di Haiti lo elegge, a schiacciante maggioranza, nel 1990: sui muri finalmente compaiono scritte fiduciose, come "Benvenuto Titide", a sostituire le massime del governo dei Duvalier " Qui nessuno vale niente".
Ma Aristide, che si era guadagnato il favore degli haitiani poveri per i suoi sermoni contro la proprietà privata, si scontra ben presto con l'élite conservatrice legata ai militari, che si era rifugiata in quel di Santo Domingo e cominciava a radunare armi e uomini dietro il confine haitiano.
Con la benevolenza dei governi dominicani e l'appoggio delle lobby degli haitiani residenti a Miami, alleate con i cubani anticastristi, si fa presto ad organizzare un colpo di stato. Sotto la guida del generale Cedras le forze golpiste entrano ad Haiti e depongono Aristide che, dopo appena sette mesi, è costretto all'esilio.
Seguono altri tre anni di caos e sangue, fino a quando le comunità haitiane americane filo democratiche convincono l'amministrazione Clinton ad intervenire con la forza per sostenere il rientro in patria di Aristide che in, questo modo riesce a terminare il proprio mandato.
Viene poi rieletto nel 2001, ma sui risultati della votazione incombe l'ombra dei brogli; criticato anche dai suoi vecchi sostenitori e circondato ormai da nemici, abbandona definitivamente il paese nel 2004 e si rifugia in Sud Africa.

Aristide è una figura controversa, non meno dannosa di coloro che l'avevano preceduto.
Sottoposto alle pressioni della Banca Mondiale e del Fondo Monetario internazionale avviò, tra un rovesciamento e l'altro, una serie di misure fiscali e privatizzazioni delle imprese statali che ebbero effetti disastrosi: molti haitiani persero il posto di lavoro, né ci guadagnò l'economia, già molto provata, dell'isola.
Cercando di accontentare tutte le parti, Aristide tradì consapevolmente le speranze di chi si aspettava una ventata di democrazia; per sedare le rivolte si servì degli stessi mezzi usati dai suoi predecessori: le bande armate di Aristide furono chiamate chimères ma non erano altro che nuovi tontons macoutes.
Fu un'amministrazione caotica che, in un clima di violenza e corruzione, cadde nelle mani di trafficanti di droga e gang urbane.

L'attuale presidente di Haiti è René Preval, che vince le elezioni nel 2006.
Aveva già ottenuto un primo mandato nel 96, quando era primo ministro e alleato di partito di Aristide. Sotto il "fronte della speranza" da lui guidato si raccoglie un gruppo di haitiani moderati che ancora crede in un paese democraticamente governato.
Tuttavia, secondo molti osservatori, ad Haiti il potere pubblico non esercita più alcuna autorità.

Intanto, dal 2004, un contingente di 10.000 caschi blu, tra militari e forze di polizia di 17 paesi, si è installato a Port-au-Prince. In città non c'è edificio pubblico che non sia circondato da sacchi di sabbia e filo spinato.
I peacekeeper armati di mitragliatrici pattugliano le strade a bordo di convogli bianchi con la sigla ONU; il loro compito sarebbe quello di portare stabilità al paese ma, di fatto, sono lì a combattere le gang, i trafficanti di droga e la delinquenza comune che, nella più assoluta miseria, continuano a svilupparsi. La presenza dell'ONU è in ogni caso un deterrente e la violenza ad Haiti è diminuita. Ma nulla è cambiato.
Citè Soleil, la bidonville di cartone dove vivono i più disperati, è un letamaio a cielo aperto.
I bambini escono dalle baracche di cartone e scavano tra i mucchi di immondizia, cercando qualcosa da mangiare tra i rifiuti prodotti dalle stesse forze ONU o dai ricchi residenti di Petionville, la cittadella costruita sulle colline, dove vive la popolazione agiata di Haiti, quell'uno per cento di mulatti e bianchi che da soli posseggono più della metà delle ricchezze dell'intero paese.

Chi ha potuto, ha già lasciato Haiti; tra questi, anche insegnanti, medici, ingegneri e intellettuali che avrebbero potuto formare una nuova classe dirigente.
Le prime ondate migratorie risalgono addirittura ai tempi dell'indipendenza, quando i ricchi possidenti partirono, portandosi dietro i propri schiavi, per stabilirsi nel sud degli USA, soprattutto a New Orleans.
Anche nei secoli successivi, gli haitiani più facoltosi e quelli appartenenti alla classe media hanno scelto di vivere negli Stati Uniti. Si sono create potenti lobby di emigrati capaci di esercitare, nel bene e nel male, una forte influenza politica sul paese.
Circa un quarto dell'economia nazionale è sostenuta dalle rimesse degli emigrati; quelli che possono mandare i soldi in patria sono tutti residenti negli USA e in Francia.

C'è poi l'altra faccia della migrazione haitiana, quella di chi passa dalla miseria alla povertà.
In passato si scappava dall'insanguinata Haiti per finire nei micidiali cantieri del canale di Panama o nelle piantagioni di banana della United Fruit Co. Oggi si cerca un'occasione nelle altre isole, quelle ricche, dove l'industria del turismo e il settore edilizio accolgono volentieri manodopera a basso costo.
Ma chi rimane a peregrinare nel bacino caraibico, oltre ad un'occupazione temporanea, non trova altro che una vita di disperazione e sfruttamento.

Lo hanno imparato a proprie spese anche gli haitiani che, non potendo permettersi un viaggio, cercano quotidianamente di passare il confine con la Repubblica Dominicana.
Al di là della frontiera sembra quasi un paradiso, in confronto ad Haiti; in realtà, chi è nero e povero come un haitiano ha poche speranze di integrarsi nella società mulatta dominicana.
Le pratiche di feroce sfruttamento della manodopera haitiana, perpetrate per anni dalla Repubblica Dominicana, sono state documentate dalle principali organizzazioni per la tutela dei diritti umani.
Il governo di Santo Domingo è oggi più attento al fenomeno e i controlli alla frontiera sono severi; ma non abbastanza da impedire ad una vasta rete di passeurs di organizzare un losco traffico di minori.
A seconda dell'età, i bambini sono destinati ad un misero lavoro, i maschi nei campi e le femmine come domestiche; in alcuni casi, sono usati per il contrabbando di stupefacenti, altre volte vengono definitivamente venduti dai loro genitori a famiglie dominicane, senza poter fare più ritorno nel proprio paese.

Haiti non ha più alcuna risorsa, è terra bruciata.
La deforestazione della "perla delle Antille" è cominciata secoli fa, quando gli spagnoli bruciavano i boschi per cacciare i bucanieri. Gli indipendentisti usarono la stessa tecnica per mandar via i francesi. E così via, il processo non si è mai fermato.
E il prezzo che si paga per una catastrofe ecologica di tale portata è sotto gli occhi di tutti.
Prima del terremoto del 12 gennaio, Haiti è stata devastata da una serie incessante di eventi naturali avversi.
Solo nel 2008, ha subito il passaggio di quattro uragani; e ogni volta che accade, l'acqua inonda intere zone dell'isola, trascinando con sé il suolo eroso, senza che quella poca e spennata vegetazione rimasta possa ostacolare il suo passaggio. Così il fango seppellisce ogni cosa, case, campi, ospedali, scuole e persone.
Nel 2004 tremila haitiani persero la vita dopo il passaggio dell'uragano Jeanne.
Nel 1994 fu la volta della tempesta Gordon. Ad Haiti morirono in 5.000; nella vicina Cuba, più verde e con servizi sanitari di prima qualità, nonostante le ben note difficoltà in cui l'isola versa da più di cinquant'anni, si contò appena qualche vittima.
Madre natura infierisce con la stessa forza ovunque, è la capacità di reagire di un paese che fa la differenza. E il terremoto che si è generato dalla placca di Gonaives il 12 gennaio ha messo ancora una volta a nudo tutta la debolezza di Haiti.
[Gennaio 2010]

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