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Dossier Tropici

Cuba, verde fino all'osso

Secondo le statistiche elaborate dalle Nazioni Unite, un paese con un indice di sviluppo umano (Human Development Index, HDI) superiore a 0,8 è un posto dove si vive bene. Vuol dire che l'aspettativa di vita supera i 78 anni di età, il tasso di mortalità infantile è basso e la spesa pubblica è tale da garantire alla popolazione un buon livello di educazione scolare e l'accesso alla salute e ai servizi sanitari.
Com'è naturale aspettarsi, mettendo a confronto questi dati con i fattori che misurano l'impronta ecologica, cioè il consumo di risorse da parte della popolazione, le nazioni con un più alto indice di sviluppo umano sono anche quelle con un tasso di sviluppo sostenibile più basso. Sono tutte ricche, consumistiche ed energivore. Con una sola eccezione: Cuba, unico paese povero ma verde.
I numeri parlano da sé: i cubani consumano meno di un ottavo dell'energia dei cittadini statunitensi, pur avendo servizi sanitari, livelli di educazione e aspettativa di vita uguali, in certi casi anche migliori. Come fanno? E soprattutto, quale lezione di rispetto ambientale si può imparare dall'esempio di Cuba?
La rivoluzione verde è stata prodotta a Cuba come risposta al bisogno; il risparmio, la conservazione e il riutilizzo, insieme ad un forte spirito di comunità fanno crescere la società cubana in maniera sostenibile, almeno secondo l'opinione di molti. Per i critici, Cuba è piuttosto una società preconsumistica: non c'è consumo di massa perché, semplicemente, non c'è niente da consumare.

Prima della rivoluzione castrista del 1959, il paese non aveva quasi più risorse naturali. Le foreste, che quando arrivò Colombo ricoprivano il novanta percento dell'isola, si erano ridotte a lumicino, ne rimaneva non più dell'undici percento. Le terre da coltivare appartenevano ad una decina di famiglie e miniere e industrie erano di proprietà di compagnie statunitensi. Più della metà del paese era al buio; non certo L'Avana, che illuminava allegramente casinò e bordelli, erano piuttosto le zone rurali a non avere elettricità.
Quando il regime socialista prende possesso delle risorse del paese il primo obiettivo è migliorare le condizioni della popolazione cubana, senza troppo badare all'ambiente; nelle terre, sfruttate fino all'inverosimile dalle monoculture, si fa un pesante uso di pesticidi e di mezzi meccanici, che bruciano petrolio importato a basso costo dall'Unione Sovietica.
Il petrolio sovietico alimenta anche la rete elettrica che, nel 1989, riesce comunque a collegare il 95 percento del paese. Nella smania utopica dell'immediato post-rivoluzione di rendere tutto accessibile a tutti, il consumo energetico e l'inquinamento ambientale procedono di pari passo con la crescita dei bisogni della popolazione; intanto però, nella politica visionaria di Castro trova spazio un programma di rimboschimento grazie al quale, già a partire dagli anni sessanta, vengono piantati 350 milioni di alberi in tutta l'isola.
Oggi circa un quarto di Cuba è di nuovo ricoperto da foreste e un quinto è riserva naturale.
Nel 1991, con il collasso dell'Unione Sovietica, il petrolio scambiato con la canna da zucchero viene a mancare e tutti i sistemi che sostenevano l'economia cubana crollano uno dopo l'altro. Senza più sussidi e con l'embargo economico americano, che in quegli anni verrà ulteriormente inasprito, le importazioni di beni alimentari diminuiscono dell'ottanta percento, quelle di petrolio calano da 13-14 milioni di tonnellate l'anno a 4; di cibo non ce n'è più e manca l'energia per produrlo o per conservarlo.
Cuba non ha accesso alla Banca Mondiale o al Fondo Monetario Internazionale e il pesos cubano è carta straccia; niente, o molto poco, può venire da fuori, quindi l'unico modo per sopravvivere è quello di procurarsi il necessario da dentro. Comincia il 'periodo speciale in tempo di pace', cominciano i razionamenti di viveri e carburanti e, in pochissimo tempo, tutti gli aspetti della vita a Cuba cambiano.
Senza petrolio, i black out di corrente durano da 14 a 16 ore al giorno; la produzione agricola e quella industriale si fermano, non c'è sufficiente carburante nemmeno per far circolare i mezzi pubblici. Ogni giorno si aspetta fino a tre o quattro ore prima di poter salire su un bus e andare al lavoro, e lo stesso al ritorno.
Per quanto le razioni governative di cibo garantiscano un livello minimo di nutrizione a tutti i cittadini cubani, l'impatto della carenza di cibo si sente, la gente ha fame e scende in piazza. Ma dopo i tumulti, a poco a poco, qualcosa comincia a cambiare.

La prima trasformazione la si vede nella produzione alimentare.
L'agricoltura cubana, che prima della crisi era più industrializzata di qualsiasi altro paese latinoamericano, si converte in un sistema sostenibile: si produce cibo localmente, senza un grosso dispendio di energia, come si dice oggi a chilometri zero.
In città nascono orti sui tetti delle case, nei cortili e in ogni spazio possibile. Nelle campagne si ricomincia ad usare la trazione animale e nelle colture, che prima erano destinate solo a prodotti da esportazione, vengono piantati ortaggi, legumi e piante da frutto per il fabbisogno locale.
Il consumo di antiparassitari si riduce di 25 volte e al posto dei fertilizzanti chimici si usano compost organico e lombrichi. Il movimento agricolo urbano spontaneo, nato dalla necessità di sopravvivenza di una comunità, che impara da sola facendo errori, diventa presto un sistema organizzato: partono progetti per identificare aree inutilizzate, che vengono pulite dalla gente e trasformate in zone agricole urbane, il governo cede in usufrutto la terra a chi vuole coltivarla e investe nella formazione.
Centinaia di cubani sono ormai attratti da una nuova professione, quella del contadino.
Grazie alle fattorie urbane nate durante il periodo speciale, i cubani che vivevano con due dollari al mese trovano un modo per integrare il proprio reddito; producono cibo che poi rivendono nei chioschi vicino casa. Oggi è un sistema nazionale, decentralizzato, che impiega oltre 140.000 persone e che non necessita di combustile per il trasporto sulle lunghe distanze; nel 2006 il 50% del fabbisogno di ortaggi della popolazione dell'Avana proveniva dall'agricoltura urbana.
Nelle città più piccole e nei paesi, gli orti hanno rese ancora migliori, e riescono a coprire dall'80 al 100% delle necessità dei residenti. Risultato: con il passare degli anni a Cuba i contadini sono tra i lavoratori meglio pagati e l'85% dell'agricoltura cubana è diventata biologica, a vantaggio dell'ambiente, della qualità del cibo e dell'acqua da bere.
Naturalmente, la crisi del petrolio imponeva altre trasformazioni, a cominciare da quelle più semplici. Cuba importa dalla Cina 1,2 milioni di biciclette e ne produce un altro mezzo milione e le distribuisce ad ogni cubano affinché possa andare al lavoro; intanto, la spazzatura si raccoglie con carri trainati dai cavalli.
La rete elettrica nazionale era inefficiente e aveva bisogno di costose opere di ammodernamento; si decide perciò d'investire in piccoli impianti. Il sistema elettrico dell'intero paese viene presto decentralizzato e per portare l'elettricità nelle zone più remote si ricorre, dove possibile, a fonti rinnovabili; sui tetti delle scuole, degli ospedali e dei centri sociali delle aree rurali, non ancora collegate alle rete elettrica, compaiono i primi pannelli solari e fotovoltaici.
Contemporaneamente, prende il via un ambizioso programma di risparmio energetico che si riassume in una sola parola: efficienza.

Nonostante gli sforzi, la trasformazione avveniva con difficoltà e lentezza e, dopo dieci anni, il paese combatteva ancora con una profonda crisi energetica.
Così nel 2006, Cuba avvia una vera e propria rivoluzione verde, che si basa su un semplice concetto: invece di cercare il modo per generare più energia, si va avanti spediti sulla strada del risparmio e della conservazione. In sei mesi lo stato sostituisce tutte le vecchie ed inefficienti lampadine a tungsteno del paese con lampadine a risparmio energetico comprate dalla Cina; oltre tre milioni di apparecchi energivori, come frigoriferi, condizionatori, ventilatori e pompe per l'acqua, vengono rimpiazzati da elettrodomestici a basso consumo.
Di pari passo con le opere di riparazione e di adeguamento della rete elettrica nazionale si continua a decentralizzare il sistema: vengono installati più di 1800 generatori diesel da 3.000 MW che soddisfano la domanda di energia di un centinaio di municipi. Grazie a queste misure, nel 2006 Cuba risparmia 961.000 tonnellate di petrolio.
Da parecchi anni c'è maggiore disponibilità di petrolio a Cuba, che viene comprato a prezzi di favore dal Venezuela, ma nonostante ciò la politica energetica cubana non cambia e punta decisa verso un uso sempre minore di combustibili fossili.
A mano a mano che accrescono le capacità di spesa dello Stato, aumenta la percentuale di energia prodotta da risorse eoliche, idroelettriche e solari, sebbene un'ampia diffusione di energia rinnovabile sia ostacolata, a Cuba come in tutti i paesi in via di sviluppo, da fattori economici.
Oltre al costo elevato, l'embargo americano è un ulteriore limite, ad esempio, all'importazione di turbine eoliche, che sono in gran parte prodotte negli USA ed entrano perciò a Cuba illegalmente. Finora sono stati installati impianti eolici per una potenza di 7MW, 180 macchine idroelettriche e più di 8.000 sistemi ad energia solare.
Il solare è ancora troppo costoso per le città già dotate di elettricità ma si rivela una tecnologia ideale per raggiungere le zone più remote del paese. Il piano attualmente in corso prevede infatti di dotare di pannelli solari le ultime case ancora non collegate alla rete elettrica e di fornire a scuole e strutture mediche rurali un kit di apparecchiature indispensabili - computer, TV, stazione radio, autoclave per la sterilizzazione e frigorifero per i vaccini - alimentate da mini impianti a energia solare.

Oggi a Cuba si sperimentano un'infinità di piccole e semplici soluzioni che, messe insieme, aiutano a risolvere il problema energetico.
Come quella di sfruttare la biomassa residua dalla lavorazione della canna da zucchero; in alcuni periodi dell'anno, alla fine della raccolta, l'energia prodotta bruciando la bagasse non soltanto rende autosufficiente lo stesso zuccherificio ma produce un surplus che va ad alimentare la rete.
A differenza di altri paesi in via di sviluppo, che hanno puntato troppo sulla conversione delle colture per produrre etanolo, la politica cubana si è spesso mostrata critica verso la produzione di biocombustibili da fonti alimentari; esistono tuttavia progetti pilota per la produzione di biocarburanti da coltivazioni che non competono con le colture tradizionali, come la jatropha curcas, un arbusto i cui semi garantiscono un'alta resa di olio combustibile.
La profonda crisi economica che ha colpito Cuba negli anni passati ha fatto bene ai cubani? Se non fosse un'affermazione troppo cinica si potrebbe dire di sì.
La prima cosa che si fa in tempi di crisi è tagliare la spesa sui servizi sociali. Cuba invece, pur tra tanti errori, ha continuato a fornire medicine e cure gratuite e a formare dottori; oggi ne ha di più di quanti ne servano e li manda in qualsiasi angolo del pianeta dove vi sia un'emergenza sanitaria.
Ha istruito un piccolo esercito di trabajadores sociales, che lavorano nelle più diverse sfere sociali, tanto a Cuba quanto all'estero; professionisti esperti in tecnologie ambientali che esportano nei paesi latinoamericani aderenti alla Alternativa Bolivariana para las Americas (ALBA) una rivoluzione verde e sostenibile, che nasce dalla capacità di ognuno di modellare il proprio futuro dal di dentro.
[Febbraio 2010]

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