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Storie dai Tropici

Le Chagos diventano riserva marina, che ne pensano i nativi?

(Londra, UK - 2/4/2010)

Questa settimana il governo britannico ha annunciato che l'area attorno alle isole Chagos diventerà presto il più grande parco marino del mondo.
In pieno oceano indiano, a metà strada tra Africa e Asia, la nuova riserva dovrebbe coprire una superficie di 545.000 kmq, cioè un'area grande più del doppio della Gran Bretagna, e proteggere uno dei più ricchi ecosistemi marini del pianeta.
L'arcipelago, una meraviglia della natura paragonabile alle Galapagos e alla grande barriera australiana, ospita più di 220 specie di coralli - quasi la metà delle specie dell'oceano Indiano - e più di 1.000 specie di pesci di barriera.
Con la nascita della riserva marina sarà vietata la pesca, la raccolta di coralli e la caccia alle tartarughe e ad altri animali selvatici.

Un obiettivo lodevole, in un'area ufficialmente riconosciuta come un hotspot di biodiversità d'importanza globale. Per questo più di 200 nazioni, insieme ai più prestigiosi organismi scientifici tra cui il Royal Botanic Gardens, la Royal Society, stanno sostenendo il progetto.
Tutti contenti allora? Non proprio, perché dietro questa bella storia si nasconde una profonda ingiustizia e una battaglia legale su chi ha diritto di vivere in queste isole e chi questo diritto lo ha perso da tempo.

All'epoca della colonizzazione britannica le Chagos erano abitate da una popolazione di 3-4.000 creoli originari di Mauritius, gli Ilois, che vivevano di pesca e si sostenevano con una modesta produzione d'olio di palma.
A metà degli anni sessanta, il governo di Sua Maestà decide di trasformare Diego Garcia, la più grande delle circa 60 isole dell'arcipelago, in una base militare per affittarla agli Stati Uniti in cambio della fornitura di missili Polaris. Così, un paio d'anni prima di concedere l'indipendenza a Mauritius, scorpora le Chagos e le annette all'appena nato territorio britannico d'oltremare, il BIOT (British Indian Ocean territories).
L'arcipelago viene perciò strappato a Mauritius, che ancora oggi continua invano a rivendicarne la sovranità, e i suoi abitanti vengono deportati per far posto agli insediamenti militari.
La comunità internazionale, rassicurata dalle dichiarazioni britanniche che dipingono le Chagos come scogli "disabitati" o, al più, frequentati da qualche selvaggio e da un manipolo di lavoratori temporanei, assiste in silenzio allo sfratto di migliaia di chagossiani, che finiscono emarginati e disadattati nelle periferie di Port Louis e di Victoria.
L'espatrio forzato risale a quattro decenni fa. Da allora questa gente chiede di poter ritornare nella propria terra o, quanto meno, di avere una forma di risarcimento che li ripaghi del sopruso subito e li aiuti ad integrarsi nella società mauriziana.

Con la creazione della riserva marina, la speranza dei chagossiani di tornare a vivere nel loro arcipelago diventa sempre più irrealistica.
Il progetto britannico si basa infatti sul presupposto che l'arcipelago è un paradiso naturale proprio perché è stato "ripulito" trent'anni fa da qualsiasi insediamento umano. E tale deve rimanere se si vuole conservarlo; militari a parte, s'intende. Ma a quanto pare le loro attività non sono dannose per l'ambiente.

"Il piano del governo britannico di fare delle Chagos un'area marina protetta è un trucco grottesco, che serve solo a porre un ulteriore divieto e ad impedire ai chagossiani di rientrare in possesso della propria terra - dichiara un rappresentante del Lalit de Klas, il partito socialista mauriziano sostenitore dei diritti dei chiagossiani, che chiama in causa anche Greenpeace - le associazioni ambientaliste sono cadute in una trappola e vengono strumentalizzate dal governo".
"E' un'enorme ingiustizia, i pesci avrebbero più diritti di noi" fa eco il segretario di UK Chagos Support Association, che ha dovuto lasciare la sua isola quando aveva quattro anni.

Ma tanto gli scienziati quanto i conservazionisti negano di essere "usati" dal governo britannico e ritengono che il rientro dei chiagossiani e la creazione di una zona marina protetta siano due questioni separate.
"Sosteniamo la lotta della gente di Chagos e ci auguriamo che abbia successo - fanno sapere da Greenpeace - ma al momento, l'adozione di misure da parte del governo britannico per proteggere le Chagos è comunque una buona idea. Se e quando si consentirà il rimpatrio ai nativi, si potrà pensare di trasformare e re-indirizzare alcune zone del parco e concedere agli isolani il permesso di pescare".

Comunque la si guardi, la vicenda rimane spinosa; certo le isole costituiscono un patrimonio naturale che richiede attenzione ma sarebbe meglio se il governo britannico mostrasse la stessa sensibilità anche nei confronti di chi su quella terra ci ha vissuto da sempre.

Altri dettagli su The Guardian


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