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Storie dai Tropici

Rilascio in mare di tonnellate di acqua radioattiva

(Tokyo, Giappone - 4/4/2011)

Non abbiamo altra scelta, hanno detto i funzionari della Tepco, da domani sverseremo nell'oceano 11.500 tonnellate di acqua radioattiva.
Falliti i tentativi di tappare la falla, il gestore della centrale nucleare di Fukushima non ha apparentemente altre alternative per svuotare gli impianti, nei quali continua ad accumularsi acqua altamente radioattiva. Gli spazi liberati sarebbero poi utilizzati per stoccare altre quantità d'acqua, che presentano maggiori livelli di radioattività.

Il piano che si sta mettendo a punto in queste ore prevede il rilascio in mare aperto di oltre 10.000 tonnellate di acqua, contenenti livelli di radioattività 100 volte superiori ai limiti ammessi, nonché 1.500 tonnellate di acqua provenienti dai pozzi sotto i reattori 5 e 6, il cui livello di contaminazione non è stato reso noto. Secondo un portavoce della Tepco, si tratterrebbe di acqua solo lievemente radioattiva.

Ecologisti e biologi marini continuano ad esprimere forte preoccupazione per le possibili ricadute sulla vita marina. Sono tre settimane che fuoriesce acqua contaminata dalla centrale danneggiata e adesso si prefigura un massiccio rilascio. E come se non bastasse, la Tepco ha fatto sapere che ci potrebbero volere mesi prima di avere il controllo dell'impianto.

Tutti concordano nel ritenere che l'oceano avrà la capacità di diluire rapidamente gli elementi radioattivi. E' come ammettere che il mare potrà ancora una volta essere usato come gigantesca pattumiera, che tutto accoglie e tutto assorbe: petrolio, sporcizia, plastica e ora anche i radionuclidi.
Stavolta però siamo di fronte ad una situazione senza precedenti: visto che mai sono stati condotti studi scientifici sulla contaminazione nucleare in spazi grandi quanto gli oceani le conoscenze scarseggiano e le certezze sono una chimera.

Clive Wilkinson,responsabile del Global Coral Reef Monitoring Network, ricorda ad esempio quanto complessa sia la dinamica delle due correnti che scorrono al largo del Giappone, quella calda di Kuroshio e la fredda corrente di Oyashio, che insieme formano la corrente delle Aleutine, diretta verso est.
Le due correnti spesso formano vortici e spirali che durano settimane. Secondo il ricercatore, qualsiasi cosa venga fuori da quei reattori sarà trascinata in queste spirali e rimarrà un tempo sufficiente per compromettere il plancton e tutte le forme di vita che di plancton si nutrono: prima i pesci piccoli e poi quelli più grandi, come tonni, mammiferi marini ed altre specie migratrici, che viaggiano in mare per centinaia o migliaia di chilometri.
Il problema, come ormai abbiamo imparato, non è tanto quello dello iodio radioattivo, che ha un'emivita di pochi giorni, ma quanto cesio, stronzio e tellurio potrebbe accumularsi nella catena alimentare.
Alcuni scienziati australiani ritengono che non andrebbero sottovalutati i possibili impatti sulla barriera corallina, che pure dista migliaia di chilometri dalle coste giapponesi. Ad ogni modo la contaminazione radioattiva non minaccia solo l'ambiente: ci sono milioni di persone delle comunità indigene che vivono di pesca nell'oceano Pacifico.

Il rischio di una letalità immediata degli organismi marini c'è, ma preoccupa meno rispetto ai possibili effetti sul sistema genetico degli animali esposti alle radiazioni e sulla loro capacità riproduttiva, ha dichiarato a National Geographic Joseph Rachlin, direttore del Lehman College's Laboratory for Marine and Estuarine Research di New York.
Le radiazioni possono alterare la struttura del DNA di uova e larve, determinando sterilità, malattie ereditarie, malformazioni e via discorrendo. Altre creature ad alto rischio, oltre ai pesci, sono gli invertebrati marini, come meduse, anemoni di mare e i molluschi privi di guscio.
La maggior parte degli organismi deformi non sopravvivono, ma alcune anomalie possono essere trasmesse alle generazioni successive.
"E' la dose che fa il veleno" diceva Paracelso. L'oceano avrà senz'altro la capacità di assorbire senza danni incrementi significativi di contaminanti radioattivi, ma fino a che punto?


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